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 La faticosa ricerca di nuovi linguaggi per l'architettura sacra

Dossier

Il Servizio nazionale italiano per l'edilizia di culto ha presentato in una mostra a Roma progetti di nuove chiese elaborati per un apposito concorso. La rassegna si tiene nella Sala 1 presso il convento dei padri passionisti alla Scala santa; e si tratta della quinta edizione di un concorso nazionale, indetto dalla Conferenza episcopale italiana (Cei), che in questi dieci anni ha esaminato centoundici progetti, suddivisi tra le diocesi di tutta Italia.

Come dice il responsabile dell'organismo della Cei monsignor Giuseppe Russo, "anche questa volta sono stati invitati a concorrere architetti che si sono distinti per capacità, esperienza e competenza nell'ambito della progettazione". Monsignor Russo tiene poi a sottolineare come quest'edizione in particolare sia stata caratterizzata dalla formula di presentare i progetti pilota in modo anonimo, per rendere più obiettivo e imparziale l'esito della valutazione, puntualizzando però, con estrema onestà, che detto concorso rimane un "rischio".

Il rischio riguarda, ad esempio, l'esclusione di alcuni progetti per motivi formali, o per mancanza di sintonia tra architetto, artista, liturgista. Come può accadere che l'eccessiva enfasi data ad alcuni aspetti del progetto rispetto ad altri, a volte vada a detrimento della liturgia, altre volte dell'architettura, altre ancora della funzionalità. Nonostante l'evidenza di questi risultati, diciamo imperfetti, molte chiese sono state realizzate suscitando contestazioni e critiche che, seppur "accolte con rispetto", non hanno dato risultati concreti.

A questo punto ci si domanda quali dovrebbero essere le caratteristiche richieste alle nuove chiese. Prima fra tutte la riconoscibilità, poi una qualità formale, infine una buona qualità dell'impianto liturgico. Senza dimenticare naturalmente di proporre progetti ben inseriti nel contesto urbano. Fatte queste premesse, visitiamo la mostra.

Forse a causa di un allestimento che si avvale di uno spazio insufficiente, i progetti presentati alla Sala 1 si arrampicano sui muri, superando i due metri di altezza, per poi precipitare ad angolo retto sul pavimento. Si capirà come la lettura dei progetti, anche per i più esperti addetti ai lavori, diventi quasi indecifrabile. Avviene così che le architetture più complesse si confondano con quelle più banali e tutto l'insieme risulti di difficile interpretazione.

Bisogna ammettere che negli ultimi dieci anni la Chiesa italiana ha fatto uno sforzo di modernizzazione, dimostrando un coraggio fuori del comune nel bandire concorsi che l'avrebbero esposta a critiche a causa della forte visibilità. Ma se sbagliando si impara, forse basterebbe attenersi ad alcune regole generali.

Per esempio ricordare che per secoli la Chiesa, intesa come spazio architettonico, è stata non solo un luogo di preghiera, ma anche di aggregazione, quindi con una funzione di "accoglienza". Perché oggi, solo per l'ambizione di modernizzarsi, dovrebbe mostrarsi respingente?

Inoltre, perché in nome della modernità una chiesa non dovrebbe essere riconoscibile dall'esterno, come lo sono invece gli altri luoghi di culto in tutti i Paesi del mondo, dalla moschea al tempio buddista?

Perché dovremmo sostituire nel nostro immaginario collettivo di cattolici l'idea confortevole di "chiesa" con audaci architetture post-moderne senza nemmeno una croce a indicarne la "destinazione d'uso"?

Solo una piccola percentuale dei progetti presentati (come risulta dalla mostra di Roma) reca una croce sulla sommità. Tutti gli altri, a detta degli stessi architetti, contano sul particolare di alcune campane inserite a decorare la facciata oppure sull'effetto-sorpresa!

In quanto poi all'intervento dell'artista all'interno, perché non ricordare gli egregi esempi del XX secolo che vanno da Matisse a Manzù, da Rouault a Greco? Artisti, questi, né accademici, né tradizionali. Come si può inserire in una chiesa la statua di una Madonna bifronte - da un lato caucasica e dall'altro africana - oppure una Trinità rappresentata da una madre e due figli piccoli, andando contro tutte le regole della tradizione e dell'iconografia cristiana? E vogliamo parlare dell'improbabile Cristo Risorto, mimetizzato in un ectoplasma giallo zolfo, da inserire sull'altare maggiore di una della chiese vincitrici del concorso?

Senza essere per principio contrari a una concezione non figurativa della rappresentazione artistica bisogna sottolineare che una cosa è la decorazione per la decorazione e un'altra l'arte sacra. Quest'ultima deve obbedire alle regole iconografiche tradizionali e, pur rimanendo attuale, deve essere facilmente identificabile. In quanto al liturgista, giustamente presente in ogni progetto, ci si chiede perché non gli si accordi più autorità in modo da indirizzare le velleità dell'architetto e degli artisti.

Concludendo, la Chiesa ha dimostrato nel tempo di saper scegliere i propri artisti e di saper lasciare quindi traccia della propria grandezza e autorità. Questa responsabilità, egregiamente assolta nei secoli, continua oggi ad essere più importante che mai.

Per questa ragione bisogna forse diventare più cauti, scegliendo commissioni più severe ed esigenti, maggiormente preparate e attente alle necessità dei fedeli che, oggi più di ieri, hanno bisogno di essere incoraggiati a ritrovare le radici della propria appartenenza alla tradizione culturale e spirituale.

Ed è forse il caso di ricordare che in molte chiese, importanti per la ricchezza dei capolavori da esse contenuti, compare la scritta: Omne propter magnam gloriam suam. ("Tutto per la sua grande gloria").

(Vatica.va 1/2/2010)




 
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