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 ITALIA: Stampa no profit a rischio di estinzione

Attualità

Tra i giornali colpiti dal decreto che ha eliminato le tariffe postali agevolate, ci sono quelli delle associazioni cattoliche e laiche. Danneggiate testate storiche e giovanissime, quelle che guardano alle classi dirigenti e quelle che parlano ai bambini, quelle che raccontano i Paesi in via di sviluppo e quelli che approfondiscano i mali di casa nostra.

Stampa, cinquemila voci a rischio
con l’impennata dei costi postali
Più che riviste. Sono distintivi, un segno di riconoscimento e una fonte di informazione alternativa per almeno tre milioni di italiani (stima «molto al ribasso», dicono al Forum del terzo settore). Tra i giornali colpiti dal decreto che ha eliminato le tariffe postali agevolate, ci sono quelli delle associazioni cattoliche e laiche. Danneggiate testate storiche e giovanissime, quelle che guardano alle classi dirigenti e quelle che parlano ai bambini, quelle che raccontano i Paesi in via di sviluppo e quelli che approfondiscano i mali di casa nostra.

Le più importanti, negli ultimi anni, sono accomunate da una linea editoriale originale: dare spazio ai "temi minori", guardare fuori dai confini nazionali, valorizzare le cose belle che ci sono nei territori, dare un valore etico ed educativo all’informazione. Ma sull’altare dei tagli rischiano di cadere anche loro. A dare le dimensioni è stato proprio il governo in un’interpellanza parlamentare del 15 aprile: il decreto ministeriale ha colpito, tra gli altri, 1.400 realtà religiose e 3.400 laiche. Sicuramente ne sfuggono altre, per un totale di 5mila associazioni che attraverso la stampa non ricavano profitti, ma investono in formazione e sostengono progetti educativi importanti.

«La beffa è stata doppia – spiega Andrea Olivero, presidente del Forum –: dapprima il decreto è arrivato senza preavviso sconvolgendo i conti, poi è stato promesso uno stanziamento di 30 milioni di euro, tra l’altro insufficiente a colmare le perdite, che non ha ancora visto la luce». Ieri, intanto, sull’inchiesta di Avvenire ha battuto un colpo il Pd con Giorgio Merlo: «Si riduce il pluralismo informativo e si mette a rischio la sopravvivenza di centinaia di testate. Se Gasparri davvero vuole aprire un tavolo di confronto passi ai fatti».

A mettersi le mani nei capelli sono tutti, senza distinzione. Nel mondo cattolico Ac, Acli, Agesci, Rinnovamento nello spirito, l’intero universo delle aggregazioni laicali, degli ordini religiosi e missionari. Ma hanno svuotato le casse anche le realtà laiche, quelle attente alle tematiche ambientali, chi si occupa di cooperazione internazionale, di legalità, di formazione professionale.

Danno ulteriore, è stata colpita la già carente proposta informativa per minori, che le associazioni curano in modo particolare. Solo Azione cattolica e Agesci mettono insieme sette pubblicazioni per under 18 e bambini, raggiungendo 300mila famiglie. A fronte di scarse risorse («ci reggiamo sui soldi dei soci») hanno intrapreso l’unica strada possibile: tagliare le pubblicazioni in carta e investire sul web, salvaguardando l’occupazione. Perché i costi aggiuntivi sarebbero stati nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro.

Il governo sa di questa situazione. Il 15 aprile un’interpellanza di Luigi Bobba (Pd) metteva in risalto come la misura colpisse anche le associazioni. Aveva risposto il sottosegretario Guido Bertolaso, sottolineando come nel 2008 il costo complessivo per lo Stato, considerando anche le imprese editrici profit e i fogli politici, fosse stato di 274 milioni di euro. Nel 2010 «sarebbero state disponibili risorse non superiori a 50 milioni», da qui la decisione di tagliare le agevolazioni.

Ma il sottosegretario, in Aula, ricordava anche la possibilità che fossero stanziate «risorse aggiuntive» per ammorbidire il colpo nell’anno in corso. Sono i famosi 30 milioni di euro promessi in più riunioni tecniche: colmerebbero solo il 50 per cento del danno, ma almeno porterebbero una boccata d’ossigeno. «È incredibile – conclude amaro Olivero –. Riceviamo sollecitazioni per contribuire al bene comune, e poi non ci permettono di incidere dialogando con le persone che vogliamo formare».

Marco Iasevoli




 
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